Il 2020 inizia in maniera “esplosiva”.

Nella notte tra il 2 e 3 gennaio, Una azione di “eliminazione mirata” compiuta con un drone presso l’aeroporto di Baghdad, voluta, approvata e rivendicata dalla Casa Bianca e dal suo inquilino principale, Donald J. Trump, porta alla uccisione di Soulemani, il generale iraniano a capo dei Pasdaran, ” i guardiani della rivoluzione” del regime islamico di Teheran.

Un evento del genere, a prescindere dalle opinioni o meno, sulla sua legittimità o opportunità, sembrava essere la miccia di una detonazione letale per tutto il Medio Oriente e forse anche per il resto del Mondo. La paura di una escalation e di una serie di “effetti a catena” sembrava motivata.

Ma così non è stato ( almeno per ora…). La Repubblica Islamica Iraniana ha attuato una rappresaglia verso le forze americane presenti in Iraq. Ma è stata una rappresaglia limitata,per così dire, “innocua”.  Una serie di lanci missilistici, preannunciati al governo iracheno, che di fatto ha poi comunicato agli americani la cosa, evitando così perdite umane.

Fin qui “pari e patta”. Il presidente americano infatti non ha voluto attuare nessun tipo di contro-rappresaglia militare, concentrandosi sullo strumento delle sanzioni economiche.

Ma il vero elemento di novità che di fatto sta dimostrando tutta la debolezza attuale del regime persiano, risiede in quello che è stato un grave incidente, che è costato la vita a 177 persone ( tra equipaggio e passeggeri) del volo di linea ucraino abbattuto dalla contraerea di Teheran, in quelle concitate ore della rappresaglia.

Questo tragico errore, prima negato e poi alla fine ammesso dai vertici di Teheran, ha scatenato una serie di manifestazioni contro il regime, che sembrano avere più presa di quelle degli ultimi mesi.  Il sistema di repressione iraniano sta prendendo le misure necessarie per soffocare questo tipo di rivolte, ma l’eco di queste, riesce a superare  confini dello stato teocratico.

Se la situazione iraniana è quindi per il momento “congelata”, è in forte divenire quella relativa alla Libia.

Nelle ultime settimane del 2019 e nelle prime di questo 2020, è emersa la sbrigativa e muscolare azione politico-militare della Turchia a guida Erdogan, che di fatto ha “scippato” l’Italia del ruolo di “protettore” di Al Serraj, il premier del governo di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite, garantendogli una copertura militare, che il nostro Governo non ha voluto e non ha potuto mai mettere sul tavolo, sia per motivazioni strategiche per una sorta di poca convinzione politica.

Allo stesso tempo la Russia di Vladimir Putin, ha deciso di affiancare alla azione militare quella diplomatica, operando una pressione forte sul generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, per portarlo al tavolo della pace con Al Serraj.

Le trattative sono in corso a Mosca. Trattative in cui la presenza italiana è solo virtuale.

Si possono aprire molte riflessioni sul perché si è arrivati a questo punto e anche stilare una lunga serie di critiche sia all’esecutivo in carica che a quello che lo ha preceduto, entrambi guidati da Giuseppe Conte, ma con maggioranze politiche diverse.

Ma la sostanza è sempre la stessa. Non si è riusciti a replicare nè con l’arte della diplomazia tipica di cui in Medio Oriente l’Italia fino alla fine degli anni ’80 era assai maestra nè con la tanta paventata forza militare, che abbiamo messo a disposizione in vari teatri di crisi e conflitti nel quadrante mondiale, una politica estera che potesse difendere gli interessi geo-politici ed economici in gioco nel deserto libico.

Questo è uno dei pesi che gravano sulla crisi personale del leader del Movimento Cinque Stelle ( e attualmente Ministro degli Esteri) Luigi Di Maio. La sua leadership è messa in discussione da più lati all’interno dello stesso Movimento e la nascita di una forza in parlamento ex-grillina a guida Fioramonti sembra essere oramai una realtà.

Della stessa esistenza del Governo Conte e della capacità di Di Maio di guidare il Movimento, si parlerà sempre di più dopo la lettura dei primi risultati elettorali delle elezioni regionali in Emilia-Romagna del prossimo 26 gennaio. Elezioni che avranno un certo peso anche per il Partito Democratico di Nicola Zingaretti, che si trova ad esprimere il presidente uscente, Stefano Bonaccini.

Nel frattempo approda in Parlamento, un disegno di legge di riforma elettorale, di fatto molto simile a quello in vigore nella Repubblica Federale Tedesca, tanto da essere denominato “Germanellum”. Una Legge elettorale proporzionale, con lo sbarramento del 5%, con un parziale diritto di tribuna per le forze che non superano tale soglia.

Di solito, nel nostro Paese, quando si inizia a lavorare per una nuova legge elettorale, lo si fa perché si ha necessità di andare in tempi brevi alle urne. Sarà questo il caso? Lo scopriremo nelle prossime settimane…